Virgilio, Eneide II, 792-794
Melphi pronuncia
Ter conatus ibi collo dare bracchia circum:
ter frustra comprensa manus effugit imago,
par levibus ventis volucrique simillima somno.
Il sacerdote traduce
«Tre volte allora cercai di cingerle il collo con le braccia; tre volte, stretta invano, l’immagine sfuggì alle mie mani, simile ai venti leggeri e del tutto simile a un sogno che vola via.»
E interpreta
Questo verso tocca il punto più tenero: il desiderio di trattenere qualcuno che non c’è più, o che non è più raggiungibile come prima. Può essere un lutto, un amore finito, un’amicizia che si è allontanata. Melphi capisce il gesto delle braccia che si chiudono sul vuoto e non ti chiede di smettere di sentire. Ti fa notare però che, nel poema, quell’ombra prima di sparire lascia parole e indicazioni per il futuro. Non è il momento di inseguire ciò che sfugge; è il momento di raccogliere ciò che ti ha lasciato e di portarlo con te. L’abbraccio impossibile può diventare una promessa da mantenere.
Le traduzioni storiche
Me l’avventai, per ritenerla, al collo;
E tre volte abbracciandola, altrettante,
Come vento stringessi o fumo o sogno,
Me ne tornai con le man vote al petto.
Thrice would my frustrate arms her form enfold;
thrice from the clasp of hand that vision fled,
like wafted winds and like a fleeting dream.